E’ di questi giorni la notizia dell’audizione alla Commissione Ambiente del Senato dei rappresentanti e gestori dell’impianto di compostaggio Bioman di Maniago, portato come esempio di efficienza nella gestione dei rifiuti, raggiunta tramite lo sfruttamento dell’energia ottenuta dalla combustione del biogas prodotto.Alcune puntualizzazioni a queste affermazioni mi sembrano d’obbligo.

Bisogna capire innanzitutto che, se l’interesse principale diventa la produzione di biogas anziché la produzione di compost (e purtroppo potrebbe diventarlo per l’anomalia di un mercato drogato dai certificati verdi), non si terrà in debita cura il materiale in ingresso, digestendo anche umido impuro, fanghi di lavorazione e altro.

Gli impianti di compostaggio che hanno come unico interesse quello di produrre compost di qualità, dovrebbero controllare il materiale in entrata in modo che il prodotto finale abbia basse quantità di sostanze tossiche, come i metalli pesanti; naturalmente, risultati buoni e quasi certi si ottengono solo operando con rifiuti provenienti da una raccolta differenziata spinta.

Devono assolutamente essere evitati nel rifiuto, infatti, materiali quali oggetti di plastica, vernici, residui di prodotti chimici ed olii esausti.

Purtroppo, mi risulta che la Provincia abbia autorizzato il conferimento presso l’impianto di Maniago di carta e cartone, imballaggi di questi materiali, imballaggi di legno e rifiuti legnosi, rifiuti biodegradabili anche di cucine e mense, olii e grassi commestibili, rifiuti dei mercati e rifiuti ingombranti, ossia rifiuti di vario genere e natura, che potrebbero essere costituiti anche da mobili o arredamento (quindi legno verniciato e con residui chimici). Come è possibile da queste materie prime ottenere un compost di qualità?

Passiamo ad analizzare  le dimensioni dell’impianto Bioman.

La dimensione media degli impianti di compostaggio in Italia è di 22.000 ton all’anno di rifiuti in ingresso. Bioman potrà ricevere, a pieno regime, 280.000 ton/anno: la provincia di Pordenone produce 28.000 ton/anno e la regione 110.000 ton/anno. L’impianto è abbondantemente sovradimensionato per il fabbisogno regionale!

Il problema qual’ è? Come rilevato già ai tempi della nascita dell’impianto da parte di comitati e associazioni attive, come pure da Legambiente, se la portata dell’impianto è così grande, l’umido trattato non sarà prodotto in loco, ma percorrerà anche centinaia di chilometri (ovviamente su strada) per giungere alla lavorazione, perdendo gli ipotetici vantaggi ambientali dell’energia prodotta da combustibili non fossili. Per avere un reale beneficio ambientale, gli impianti dovrebbero essere di piccole dimensioni e andrebbero localizzati in modo diffuso sul territorio, in modo da ottenere una generazione elettrica distribuita là dove ci sono le biomasse, ovvero i rifiuti.

Oltre a tutto ciò bisogna considerare anche il fatto che Bioman è diventata di fatto detentrice di un monopolio regionale: chi mai oserà chiudere l’impianto in caso di cattiva gestione, quando questo significherebbe dover trasportare tutto l’umido all’impianto di Vicenza, subendo il conseguente aumento dei costi?

Per concludere poniamoci una domanda: il bilancio ambientale del comune e del territorio limitrofo migliora o peggiora?

A questo proposito ricordiamo che il maniaghese continua in questi anni ad essere segnato dalla scelta istituzionale di consentire l’accumulo in un territorio limitato di impianti industriali pesanti, quali il cementificio Cementizillo (che tra poco potrà essere riconvertito in “inceneritore”), le fonderie Pandolfo e ZML (che hanno richiesto un aumento della produzione), l’inceneritore Mistral (di cui è previsto il raddoppio) e la discarica Cossana (anche questa in aumento) che riceve rifiuti da tutta la provincia; tutte attività già estremamente impattanti sull’ambiente pedemontano, se non altro per la concentrazione, che non ha eguali in tutta la Regione.

Quello a cui, a mio avviso, stiamo assistendo da un po’ di anni (e di cui i casi Bioman e Cementizillo sono  solo la punta dell’ iceberg) è una preoccupante deviazione delle pratiche virtuose di gestione dei rifiuti, nonchè  un’esasperazione dei concetti di recupero e riciclaggio al fine di privilegiare, anche economicamente, chi considera l’agricoltura e la combustione come segmenti finali di un sistema di smaltimento.
Siamo abituati purtroppo a non correlare la salute dell’ambiente con la nostra stessa salute. E qui sta il problema.

La salute deve sempre soccombere agli interessi e ai calcoli economici?

Siamo poi davvero sicuri che parliamo di vantaggi economici per la collettività?

I costi delle cure ospedaliere non sono in realtà a carico di tutti noi?

Eleonora Frattolin
Candidata consigliere regionale del Movimento 5 Stelle per Pordenone